
In
Città gennaio 2003
"Restituire dignità alle persone"
è l'obiettivo delle
cucine popolari.
Da centoventi
anni al servizio dei poveri
E' una storia lunga più di un secolo
quella delle cucine economiche popolari di Padova. Ce la racconta padre Elia Ferro,
delegato del Vescovo per le cucine stesse. "Tutto iniziò con i protestanti - ricorda
-, che dopo l'alluvione del 1882 fecero nascere la mensa per venire in aiuto delle
persone in difficoltà. L'anno successivo la Chiesa riprese l'iniziativa che rischiava
altrimenti di finire, e col passare degli anni l'ha trasformata in un punto di
rifugio per i poveri, particolarmente importante per i contadini che accorrevano
in città durante la guerra". Oggi le cucine popolari sono un punto di accoglienza
per tanta gente: "Padova, come tutto il Nord-Est - ricorda padre Ferro -, è una
zona di passaggio, dove si vengono a trovare molte persone ai margini della società.
Circa il 70 per cento dei nostri fruitori sono infatti stranieri. Le cucine attualmente
forniscono ogni giorno dai 450 ai 500 pranzi e 200 cene. Tutti rigorosamente pasti
caldi, come è nella nostra filosofia".
Chi fa funzionare la struttura?
"Il responsabile in prima persona è il Vescovo, ma il tutto è gestito dalle suore
Elisabettine, che hanno in suor Lia la loro figura guida. Grandissimo merito va
però anche ai volontari: ne possiamo contare fra i 50 e i 100, e il fatto rilevante
è che molti di loro sono giovani studenti universitari, che occupano il loro tempo
libero aiutando gli altri".
Un altro aspetto importante delle cucine economiche
popolari è l'assistenza sanitaria: " Abbiamo una trentina di medici che offrono
gratuitamente le loro prestazioni al di fuori dell'orario di lavoro - conferma
padre Elia Ferro -.
Ma il nostro, compito non si ferma qui: ci occupiamo
anche del vestiario, donatoci dai padovani, e dell'igiene personale. Vogliamo,
insomma, restituire piena dignità alle persone che ci vengono a fare visita".
E' importante però far capire - conclude il religioso -, che la società
non può permettersi di produrre… poveri. E' vero che il servizio delle cucine
prosegue da 120 anni a questa parte: ciò sta a significare che delle persone sfortunate
ci sono sempre.
Ma, comunque, bisogna far sì che nella società ci sia un
posto per tutti".
Il
Mattino di Padova 27/12/02
di
Matteo Bosco Bortolaso
Pranzo
di Natale alle Cucine popolari, con i poveri, gli immigrati e i senzatetto ospiti
d'onore dell'instancabile suor Lia e della comunità di suore e volontari che operano
in via Tommaseo. A tutti loro è giunto il ringraziamento del vescovo Mattiazzo,
che ha rivolto un augurio ai commensali.
Si incrociano molte storie
alle Cucine. Come quella Maria Dolores Maldonado e Umberto Alcina, poco più. che
ventenni, arrivati sette mesi fa dall'Ecuador in cerca di un futuro migliore.
Spiegano loro che il vescovo è la massima autorità religiosa a Padova e la coppia
chiede al prelato di aiutarli a trovare lavoro, perché devono pensare al loro
piccolo Inti, un solo mese di vita, e ai due figli più grandi rimasti in patria.
Mattiazzo gira per i tavoli, parla e ascolta. Racconti mirabolanti, come quello
di Jesus Maria Castellazzi Velazquez, che nel giorno di Natale ha compiuto quarantasette
anni: di origine venezuelana, lavorava per ditte di subappalto che sono fallite
lasciandolo su una strada: adesso sopravvive lavorando in una coop.
Molto
più spesso, pero, le storie di chi siede ai tavoli sono semplici e disarmanti.
Tene Josue, pelle nera e berretto di lana colorato, ha 24 anni e viene dall'Africa:
a chi gli chiede quale sia il suo sogno, risponde "A place to sleep", un posto
dove dormire che gli eviti di trascorrere tutte le notti in stazione. Giulia,
invece spiega che lei e un gruppo di donne moldave sono in Italia da un paio di
mesi e stanno cercando un lavoro. Ma finora senza successo.
Gli italiani
non mancano. Paolino Ranpazzo, cappellino di Babbo Natale a luci intermittenti,
modi schietti e sinceri, coglie l'occasione per ringraziare pubblicamente - a
nome di tutti gli ospiti del servizio di assistenza - i ragazzi della cooperativa
Cosap, la signora Lidia Scapolo e dottor Panizzolo, che si prodigano ogni giorno
per aiutarli.
Ma le storie non si esauriscono nelle due sale che ospitano
le lunghe tavolate: continuano nelle cucine tra pentole, mestoli e fornelli. "Ho
fatto per trent'anni il camionista" spiega Remigio Masiero, occhi azzurri e capelli
brizzolati "e dal '91, quando sono andato in pensione, vengo qui due volte la
settimana". Zita, invece, è una signora che abita a Limena, e lavora alle Cucine
popolari da quattordici anni: "In passato sono stata molto malata, poi la guarigione
mi ha restituito la speranza, ho ringraziato Dio e ho voluto dedicare il mio tempo
alle persone che stanno peggio di me. A volte è difficile rapportarsi con loro,
ma non sono problemi insormontabili".
La sua amica Maria chiarisce che
le iniziative delle Cucine popolari non si fermano al vitto, ma offrrono anche
vestiario e l'assistenza medica di alcuni volontari è estesa alle mamme in attesa.
E in cucina c'è anche don Albino Bizzotto, il leader dei Beati i costruttori di
Pace sempre in prima linea. I vassoi di metallo si susseguono; il menù. prevede
antipasto, bis di primi con pasticcio di carne e risotto di funghi; secondo: faraona
e involtini di pollo con purè, carciofi e insalata; quindi panettone, caffè e
cognac.
La signora Laura, undici anni di servizio con un impegno di tre
giorni a settimana, è decisamente soddisfatta di come sta andando il pranzo: "Prima
lavoravo in un ristorante e questo lavoro mi è sempre piaciuto". Una lunga fila
aspetta alla porta, è il prossimo turno quello delle 13.30: altri volti, altre
storie sono pronte a entrare. Chissà se avranno un lieto fine.
Il
Gazzettino 29/05/03
"Non generalizziamo, serve anche
la professionalità"
di Sergio Frigo
Secondo il sociologo
Daniele Marini, direttore della Fondazione Nordest e studioso dell'associazionismo
giovanile, "è vero che c'è un'evoluzione di tipo professionistico nel volontariato,
ma non. si dovrebbe leggerla in termini moralistici: il settore è chiamato a fornire,
sul terreno dell'assistenza ad esempio ai tossicodipendenti o ai malati terminali,
risposte sempre più complesse e specializzate, che non possono basarsi solo su
buona volontà e solidarismo. Si sta costituendo una specie di Welfare dal basso
che finisce per creare delle vere e proprie holding del sociale magari dal gruppo
di amici nato nell'ambito della parrocchia. Anche se questo non significa che
sia sparita la rete solidale di base". Certo, concede il sociologo, "questo non
vuoi dire che non ci siano stati settori che hanno approfittato della situazione,
sfruttando magari occasioni di finanziamento, ma credo che non si debba generalizzare".
Emanuele Alecci, presidente nazionale del Movimento Volontariato Italiano,
ammette che c'è un "invecchiamento" delle persone coinvolte nelle attività solidali,
e lo spiega in due modi: l'anagrafe e la demografia ("tutta la popolazione invecchia
e i giovani sono sempre meno"), e poi "la mancanza di progettualità di molte associazioni,
che non sanno più evidenziare l'importanza della gratuità del dono. E questo allontana
i giovani, che sono aperti alle proposte radicali". Va aggiunto, per Alecci, che
"anche noi volontari siamo uno specchio della società, non siamo migliori degli
altri e quindi viviamo gli stessi problemi. Certo, il no profit rischia di essere
fagocitato dal profit, nel momento in cui i confini fra i due settori si fanno
sempre più labili. E poi cresce il richiamo del welfare di beneficienza e commiserazione,
di taglio spettacolare e televisivo, che si .esaurisce nel dare i soldi ma senza
una vera partecipazione".
Suor Lia, che a Padova gestisce le Cucine popolari
(un centinaio di volontari, attivi per almeno 2-3 ore settimanali), è da decenni
in prima linea nell'assistenza ai più poveri (ora soprattutto immigrati): "Ci
sono delle verità, nelle tesi del libro, - sostiene - ma ci vorrebbe un'analisi
piu profonda; non è del tutto vero, ad esempio che i giovani si ritirano, piuttosto
esprimono una solidarietà sempre più corta, cioè limitata nel tempo; mentre gli
adulti sono più costanti. I giovani hanno bisogno di cambiare spesso, anche se
magari a dieci anni di distanza da un'esperienza passeggera da noi, ritornano
con moglie e figli".
Ma com'è cambiata negli anni la società veneta nei
confronti di chi ha bisogno? "Beh, siamo tutti inseriti in una società spettacolarizzata,
frammentata e incostante, che influenza il nostro modo di essere. Ad esempio nel
momento dell'emergenza la società si mobilita, ma poi il boom finisce; anche sotto
Natale si esprime molta solidarietà, ma poi si rientra nei ranghi. Non è detto
che questo serva solo a sgravarsi la coscienza, a mio parere va valorizzato quanto
di buono si esprime anche in questo atteggiamento. Ma bisognerebbe ricordare che
il bisogno fa parte della quotidianità".
Un'altra cosa sta a cuore a suor
Lia: "Si aprono tanti sportelli per segnalare iniziative e servizi, e va bene,
ma poi la società questi servizi non li vuole creare, perché ha paura che attirino
e moltiplichino il bisogno. Non mi sembra un atteggiamento molto coerente".
Il
Mattino di Padova 24/12/02
La
sfida di suor Lia:adottate un senzatetto
Alle
Cucine pranzo di Natale per 400 persone e poi il vescovo incontrerà gli immigrati
di Simonetta Zanetti
"Se
volete veramente fare un atto di carità, adottate un immigrato o un senzatetto".
Malgrado sia totalmente assorbita dai preparativi del pranzo di Natale alle cucine
popolari di via Tommaseo, suor Lia Gianesello trova ancora l'energia per scuotere
le coscienze. Nei giorni in cui la povertà e la solitudine si fanno più pesanti
da sopportare la responsabile del centro di pronta accoglienza diurna della Diocesi
esorta a non nascondersi dietro al falso altruismo e a compiere gesti di vera
solidarietà.
"l doni e il tempo delle persone sono sempre preziosi, ma
non serve a niente mettersi a posto la coscienza dimostrando qualche attenzione
il giorno di Natale", spiega suor Lia. "E' l'impegno quotidiano che rende possibile
il recupero di un individuo. Per questo basterebbe che ogni famiglia si facesse
carico del disagio di una sola persona per migliorare la situazione delle centinaia
di disperati che tutti i giorni cercano da noi cibo e qualche coperta".
Tra
poche ore la struttura di via Tommaseo accoglierà 350-400 persone per il pranzo
di Natale, mentre altre cento verranno dirottate nella parrocchia di San Pio X.
La festa inizierà alle 11.20 con la messa, cui seguiranno gli auguri del vescovo
Mattiazzo. Poi, il pranzo: dall'antipasto al caffè, con un bis di primi, carni,
verdure, panettone, spumante e frutta che diversamente dagli altri giorni verranno
serviti a tavola. "La mia impressione è che i padovani siano molto più bravi ad
esprimere solidarietà a livello culturale e razionale che concretamente. Poi,
quando arriva il momento di agire sui bisogni della persona, la cultura solidaristica
cade. Se un individuo ha la sua casa, non fa fatica a trovare degli aiuti, ma
se questo manca anche delle risposte fondamentali a quel punto non trova molti
appoggi", prosegue suor Lia.
"Spesso si presentano qui persone che hanno
chiesto aiuto ovunque, che hanno bisogno di soddisfare esigenze primarie, come
cambiarsi, coprirsi, mangiare; il centro dovrebbe essere un punto di partenza,
non di arrivo". Una media di 600 pasti al giorno, con punte di 750: d'inverno
le fila dei senzatetto che cercano aiuto in via Tommaseo si ingrossano. La maggior
parte sono extracomunitari, anche se in questo periodo sono numerosi anche gli
italiani, soprattutto meridionali, che si ripresentano nel loro ciclico peregrinare.
Ci sono poi le donne, sempre più numerose: "Alcune immigrate hanno avviato la
procedura di regolarizzazione in alcune famiglie, ma ce ne sono tante che sono
arrivate dopo settembre e che al momento non hanno prospettive. Soprattutto quando
hanno figli piccoli il loro desiderio è quello di mettere radici e lavorare, per
assicurargli un futuro", conclude suor Lia immersa tra i vapori della sua cucina;
infine la religiosa esprime un desiderio: "Quando la gente arriva qui ha già un
percorso di esclusione sociale ed è difficile che trovi la forza per recuperare.
La cosa che più di tutto vorrei per le persone che festeggeranno il Natale in
mensa è un alloggio. Se penso a dove dornono tanti di loro mi vengono veramente
i brividi. Questa sarebbe una grande risposta, un primo passo per ricongiungersi
con la famiglia".