UNA RISPOSTA 
Le
C.E.P. non sono la risposta ai problemi dei senza dimora italiani
e stranieri.
Sono una risposta, piccola e limitata.
Perciò
esse, mentre cercano di rispondere concretamente
ai bisogni primari ed immediati
di tanti fratelli bisognosi...
·
richiamano gli amministratori pubblici alle loro responsabilità perché
provvedano secondo giustizia a risolvere i tanti problemi legati alla presenza
dei senza dimora;
·
invitano i cristiani della diocesi
a farsi carico innanzitutto dei
bisogni di coloro che vivono ai margini delle proprie parrocchie;
ad impedire
o limitare tali situazioni attraverso un'attenta opera di prevenzione;
a sentire
le C.E.P. come espressione di tutta la comunità diocesana,
ricordando che esse
vivono soprattutto di carità. (si veda sotto
)
INVITI

A
tutti coloro che sono sensibili alla sofferenza dell'uomo,
le C.E.P. rivolgono un pressante invito alla solidarietà.
Tale solidarietà
- oltre che in aiuti materiali (denaro, generi alimentari, indumenti)
è fatta
anche di tempo ed energie, donati per un servizio di volontariato.
Le
parrocchie, gli enti e i privati inoltre, possono offrire "buoni mensa"
concordando
le modalità con la Direzione delle C.E.P.
VOLONTARIATO
CIVILE
Il
volume di lavoro ed i servizi da prestare richiedono diversi operatori.
Le
Cucine danno volentieri la possibilità, a persone motivate
che desiderano
impegnarsi seriamente ed in maniera continuativa,
di fare un periodo di servizio
volontario di volontariato in genere,
di servizio civile per gli obiettori
di coscienza della Caritas Diocesana di Padova
o l'anno di volontariato sociale
(A.V.I.S.) con la Caritas per le ragazze.

Per una città solidale in una società complessa:
percorsi di inclusione e non di esclusione

Suor
Lia Gianesello, Operatrice Cucine Economiche Popolari
Ogni
giorno durante la nostra attività alle Cucine Economiche Popolari incontriamo
centinaia di persone dalle storie e dalle situazioni più disparate, persone che
vivono situazioni di disagio, di povertà e/o di emarginazione più o meno grave
e che mediamente si discostano dagli "standard di normalità" della nostra città.
Diremmo
quasi che siamo di fronte ad un contrasto, una opposizione tra normalità e diversità(dove
talvolta la diversità viene associata al disagio). Questo ci coinvolge e ci colpisce
e non può non metterci di fronte a delle domande.
Che
rapporto hanno ad esempio con la città Antonio, Luigi, Mohamed... cioè la "diversità",
il disagio, la povertà, l'emarginazione che incontriamo ogni giorno alle Cucine
Economiche Popolari? Conflittuale? Di indifferenza? Di accoglienza? Sono un corpo
estraneo rispetto alla città, cioè alla normalità, o ne sono inclusi?
Non
è questa una questione puramente speculativa, bensì un argomento di grande importanza
pratica perché è anche dalla risposta concreta a queste domande che derivano le
modalità di intervento e la qualità stessa della vita in città.
Noi
pensiamo che il disagio e/o la povertà (povertà e disagio pur essendo in molti
casi strettamente correlati non sono sinonimi, vorremmo anzi ritornare al significato
fondamentale del termine povertà, cioè povertà in senso prettamente economico)
non siano fuori dalla normalità, ma che ne facciano pienamente parte, che lì abbiano
le loro radici e trovino i loro alimenti. Gli interventi sul disagio non possono
essere allora pensati come promossi dalla parte sana della società verso la parte
malata, ma sono interventi che la società mette in atto verso se stessa per crescere
e cambiare. Se quindi cioè da un lato si propone il cambiamento a chi vive il
disagio, dall'altro è la società stessa che si ripensa allo scopo di cambiare.
Si tratta quindi di una accettazione del disagio da parte della società che fa
sua la logica della presenza, dell'accoglienza, dell'accompagnamento, che richiede
di fatto l'accettazione del limite, della difficoltà e persino dell'impotenza,
avendo però come speranza e come cammino il cambiamento. È una società quindi,
che diventa solidale e che agendo a valle del disagio, impara ad agire a monte
nel tentativo di evitare i processi di esclusione.
Città
solidale è una società quindi che accetta il disagio come proprio. Non è estraneo
ad essa, ma di essa è parte. Benessere e malessere non sono due corpi estranei,
indifferenti l'uno all'altro ma entrambi parte dello stesso corpo...
Pensiamo
allora che la solidarietà vera possa agire principalmente a valle cioè a diretto
contatto con chi sta male mettendo a disposizione, laddove è possibile, degli
strumenti per uscirne, e laddove non lo è, dando la possibilità di salvaguardare
e valorizzare alcuni aspetti fondamentali della dignità propria dell'essere umano
che non vanno comunque perduti, qualunque sia la condizione che una persona si
trova a vivere. È una solidarietà che anche di fronte all"'inutile", all"'irrecuperabile"
non si sente sconfitta.
Riteniamo
invece che la solidarietà efficiente agisca principalmente a monte e consista
nel pensare e nel mettere in atto delle azioni di cambiamento che coinvolgano
la città e che abbiano come obiettivo di eliminare le cause del disagio. Esprimiamo
in conclusione alcune azioni di cambiamento sulle quali proponiamo una riflessione
alla città.
Una
città solidale potrebbe essere allora:
- Una
città "interessata". Una città che si interroga sul disagio e sulle sue cause...
L'indifferenza uccide le persone e nello stesso tempo non mette nelle condizioni
di risolvere i problemi negandone sostanzialmente l'esistenza.
- Una
città che supera le sue paure. La sofferenza, il dolore ma anche la diversità
mettono in moto in ciascuno di noi dei meccanismi che spesso consistono in paure
e timori. Sono sempre fondate queste paure?
- Una
città che ripensa i rapporti e le relazioni tra le persone. Molto spesso il disagio
grave è l'espressione, la rappresentazione del fallimento nelle relazioni. È possibile
allora lavorare per la qualità nelle relazioni tra tutti i cittadini?
- Una
città che considera le scelte economiche anche dal punto di vista dei più deboli.
I poveri, italiani e stranieri sono spesso impoveriti da un sistema economico
che oltretutto tende sempre più ad escluderli.
- Una
città accogliente. Un esempio tra tutti il problema della casa. La situazione
che stanno vivendo molti immigrati, soprattutto con famiglie e bimbi è poco dignitosa
per delle persone ed è segno di una città poco civile e non rispettosa dei diritti
dell'uomo. Ci rendiamo conto della complessità del problema da risolvere tutti
assieme e da affrontare sotto vari punti di vista. . .
Una
città cioè che include, che non è indifferente, che accoglie, che sa distinguere,
che sa discernere, chiamare per nome il disagio, le paure, la diversità nelle
sue più svariate manifestazioni, è una città che può essere chiamata a pieno titolo
solidale.