20 sigarette

 

La lunga ovazione che ha salutato la proiezione del film, presentato fuori concorso nella sala grande del palazzo del cinema al Lido era certamente attribuita più alla persona del regista che al film in quanto tale, ma anche per quest’ultimo non si tratta di un riconoscimento del tutto immeritato. 
Certo: il peso autobiografico della vicenda da cui nasce la pellicola non può essere trascurato.
 
L’opera è l’adattamento cinematografico del libro omonimo con il quale Aureliano Amadei racconta la sua esperienza di sopravvissuto nell’attentato di Nassiria. Vi era arrivato da poco, per collaborare con il regista Stefano Rolla ad un film sul contingente italiano in Iraq ed era stato coinvolto nell’attentato nel quale hanno trovato la morte lo stesso Rolla e 19 soldati italiani. Affidando la propria parte alla recitazione di Vinicio Marchioni, Amadei ricostruisce la vicenda partendo dalla difficile scelta di accettare la proposta del Rolla, passando per il viaggio, l’arrivo nel paese occupato, gli incontri con i soldati, la vita in territorio di operazioni, i primi sopralluoghi e il casuale arrivo nella caserma dei carabinieri a Nassiriya giusto in tempo per essere coinvolto nell’attentato.
Per il protagonista è una brutale esperienza di formazione che lo sottopone a un lungo calvario fisico, e determina il suo cambiamento interiore. Grazie alla conoscenza delle persone e dell’ambiente, le posizioni ideologiche lasciano spazio ad un atteggiamento più concreto, legato alla valutazione delle persone reali. Un atteggiamento che matura maggiormente nel corso del lungo e doloroso cammino verso la guarigione, sfuggendo alle celebrazioni retoriche e allo sfruttamento mediatico e politico della situazione.
 
Non privo di ingenuità e di qualche limitata caduta retorica, il film non è solo una valida prova genuina e spontanea di sofferta autobiografia. La mano del giovane regista si dimostra già discretamente matura, capace di gestire con sicurezza le complesse scene di movimento, ma anche di evitare con una dose di disincantata autoironia il pericolo di un eccessivo appesantimento dei toni.
 
 
Maurizio Galdiolo